Per strategie di pace / For peace strategies

Siamo immersi nella cultura e nella pratica della guerra e ci crediamo sviluppati in un mondo dominato da una competizione globalizzata ma non governata.

Eppure ciascuno di noi ha, dentro di sé, la possibilità della pace. E’ sufficiente non considerarsi perfetti e indispensabili; il progetto umano, infatti, è costituito dall’imperfezione e dall’incertezza e può ri-crearsi solo attraverso nuovi processi di cooperazione.

Dobbiamo dare contenuti ad una filosofia del progetto umano, ricongiungendo i valori con il mondo della vita. Essi, infatti, vivono nella loro “incarnazione”, laddove mediano i limiti di ogni essere umano e trasformano il conflitto in possibilità di pace come processo storico. Non incarnando i valori, e solo declamandoli, rischiamo di “totalizzarli”, non rendendoli visione dell’essere in continuo.

Per costruire la pace ci vogliono creatività, responsabilità e consapevolezza di ciò che siamo. Possiamo andare oltre noi solo se ci guardiamo dentro, ritrovando la nostra verità non dogmatica e che, per essere vera, ha bisogno di dialogo continuo in noi e con chi e con ciò che ci circonda.

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We are immersed in the culture and practice of war, and we believe us developed into a world dominated by a globalized but not governed  competition.

Yet each of us has, within itself, the possibility of peace. It is enough to  not consider us perfect and indispensable; the human project, in fact, consists of imperfection and uncertainty and can be recreate only through new cooperation processes.

We have to give content to a philosophy of the human project, rejoining the values with the world of life. In fact, values only live in their incarnation”, where they median limits of each human being and transform conflict into opportunities for peace as a historical process. Not embodying the values we risk to totalize” them. Values must be considered as vision of an “evolving being”.

To build peace it takes creativity, responsibility and awareness of who we are. We can go beyond us only if we look inside us, finding our not dogmatic truth that, to be true, needs continuous dialogue in us and with whom and what surrounds us.

 

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Il mondo e noi / The world and us

Nell’epoca della frammentazione e della competizione urge ritrovare una consapevolezza “realisticamente progettuale” del mondo che ci circonda.

Oggi, infatti, abbiamo un doppio problema. In primo luogo, la poca conoscenza dei processi storici che hanno portato alle drammatiche situazioni che viviamo in diverse parti del mondo (e che non sembrano vedere una soluzione stabile, come il conflitto israelo-palestinese). In secondo luogo, un distacco innaturale fra noi e ciò che accade in giro per il mondo; in molti casi separiamo le “nostre” vittime dalle altre, come se la natura umana appartenesse solo ad alcuni e non a tutti coloro che popolano il pianeta.

Per dirci cittadini, allora, occorre lavorare sulla riappropriazione personale dei processi storici. Il primo passo per una cooperazione globale è di ricongiungerci con il senso di umanità, ritrovandoci – per destino – l’uno testimone dell’altro, nella considerazione dell’altro come altro DI noi.

Credo che il futuro possa ricominciare da qui, dalla possibilità di renderci strategicamente consapevoli della nostra comune appartenenza; dentro e oltre ciascuno di noi.

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In the era of fragmentation and competition is urgent to find a realistic  awareness of the world around us.

Today, in fact, we have a double problem. First, the lack of knowledge of the historical processes that led to the dramatic situations that we live in different parts of the world (and that does not seem to see a stable solution, such as the Israeli-Palestinian conflict). Second, an unnatural separation between us and what is happening around the world; in many cases we separate “our” victims from the others, as if human nature belonged only to some and not to all those who inhabit the planet.

To tell us citizens, then, we need to work on personal reappropriation of historical processes. The first step to a global cooperation is to be reunited with the sense of humanity, finding ourselves to fate the one witness of the other, in consideration of the other as other OF us.

I believe that the future can start from here, from the ability to make strategically aware of our common membership; within and beyond each of us.

 

Svelare i limiti e i rischi della competizione (di Marco Emanuele)

Nella nostra ricerca sul senso del progetto umano è fondamentale ragionare sui limiti e sui rischi della competizione; qui intendiamo la competizione autoreferenziale, quella che si risolve nel dominio, nella sopraffazione, nella vittoria dell’uno come cancellazione dell’altro. Qui intendiamo una competizione che appartiene intimamente alla logica e alla pratica della guerra.

Abbiamo creato un modello competitivo che supera la realtà, che agisce facendone a meno, indifferente rispetto alla complessità dei processi storici.

Siamo immersi in una competizione per natura lineare, priva di dialogo interiore, capace soltanto di esaltare le parti rendendole verità assolute, di totalizzarle per farne “indici indiscutibili” di una presunta perfezione sulla terra; chi non è focalizzato costantemente sul risultato risulta essere un perdente e, per questo, è condannato alla sopravvivenza o alla morte.

Di fronte a questa competizione, assurta a modello globalizzato, occorre una radicale riforma del pensiero per l’azione globale. Il senso del progetto umano, infatti, vive nella profonda cooperazione fra i suoi elementi, nella ricongiunzione degli opposti, nella “relatività” di ogni particolare. Se è importante criticare progettualmente la competizione che ci fa degenerare, è altrettanto necessario ripensare una cooperazione che ci permetta di ricreare la nostra complessità, quella dell’umanità e della realtà globalmente intesa.

 

Le parole dei Maestri – Emanuele Severino

da Téchne e radici della violenza

(…) La tecnica del nostro tempo è la forma più radicale della téchne. Raggiunge questa radicalità estrema portando al tramonto la forma teologico-sapienziale in cui la filosofia greca (e poi l’intera tradizione occidentale) inscrive la téchne. (…)

La filosofia contemporanea sta al fondamento della tecnica: non nel senso che quest’ultima proceda prestando ascolto in modo intenzionale, e a ogni suo passo, alle parole della filosofia del nostro tempo, ma nel senso che questa forma di filosofia sgombra il terreno da ogni barriera e da ogni limite che l’agire dell’uomo non possa oltrepassare (innanzitutto le barriere e i limiti costituiti dal divino) e quindi consente alla tecnica di progettare il dominio incondizionato della totalità dell’essere – la legittima cioè a effettuare quel dominio supremo che, nel suo significato autentico, sfugge alla consapevolezza di coloro che pensano e lavorano all’interno di ciò che essi chiamano “scienza” e “tecnica”. La legittimità di questo dominio si fonda sulla filosofia del nostro tempo anche se scienza e tecnica – intese nel loro significato usuale – ritengono di potersi disinteressare di ogni discorso filosofico. Ma, a sua volta, l’invincibile potenza distruttiva della filosofia del nostro tempo, ossia la capacità di quest’ultima di spingere inevitabilmente al tramonto l’intera tradizione dell’Occidente – si lascia scorgere solo se si è in grado di scendere nel sottosuolo essenziale del pensiero filosofico contemporaneo – nel sottosuolo, cioè, di cui la stessa filosofia del nostro tempo è per lo più inconsapevole. (…)

La tecnica distrugge l’intera tradizione occidentale avendo al proprio fondamento la téchne, ossia il modo in cui i Greci pensano l’agire dell’uomo. Per essi, alla radice di ogni agire, umano o divino, sta il divenire e l’oscillare delle cose tra l’essere e il nulla. Si tratta di comprendere che innanzitutto in questo pensiero, e poi nel modo in cui esso raggiunge la propria radicalità nella tecnica del nostro tempo, si trovano le “radici della violenza”, ossia le radici del modo in cui nel nostro tempo si presentano le forme essenziali della violenza. Scendendo ancora più a fondo, si tratta di comprendere che tali radici sono, insieme, l’alienazione estrema dell’uomo. (…)

La civiltà della tecnica sta distruggendo ogni forma tradizionale di civiltà – cristiana, borghese, marxista –  e quindi anche ogni forma tradizionale di conoscenza. Questo è anzitutto un fatto ampiamente descritto dalla cultura contemporanea; ma è anche – ed è qui l’aspetto più rilevante del problema – qualcosa di inevitabile, e il senso autentico di questa inevitabilità sfugge invece costitutivamente a tale cultura. Al cuore di questa distruzione inevitabile della tradizione si trova la distruzione della filosofia da parte della scienza moderna, la distruzione cioè della contemplazione del senso del mondo, che pretende valere come definitiva, immodificabile,  incontrovertibile, da parte del sapere operativo che si riconosce come ipotetico, modificabile, falsificabile, ma capace, in quanto sapere tecnologico, di modificare la realtà. (…)

La distruzione dell’atteggiamento filosofico per opera dell’atteggiamento scientifico ha come conseguenza che ogni legge, ogni ordinamento etico, sociale, religioso, ogni forma di conoscenza, ogni sentimento dell’uomo, ogni costume divengono forme di violenza. E cioè di fede. (…)

Ma la forma di violenza che oggi domina su ogni altra è quella costituita dall’organizzazione tecnologica della società. La critica dell’umanesimo di tipo laico o religioso contro la società della tecnica non è altro, nel suo significato essenziale, che la protesta della violenza soccombente contro la violenza vincente. La rabbia del più debole contro il più forte. (…)

Ciò che infatti rimane completamente ignorato dalla culture occidentale è che la scienza, distruggendo la filosofia, ne conserva il tratto essenziale, e in questo tratto si nasconde la matrice originaria della violenza. A partire dal pensiero greco, tale matrice si è impadronita di tutte le forme della civiltà occidentale e oggi, come tecnica, domina incontrastata su tutta la terra. (…)

 

 

Le nuove mediazioni (di Marco Emanuele)

Abbiamo bisogno di una nuova strategia della mediazione. Umani persi tra il timore di ciò che siamo (imperfetti, incerti, imprevedibili) e il consolidarsi di una realtà virtuale che rischia di separarci da noi, dimentichiamo lo stupore della nostra complessità.

Una nuova strategia della mediazione ci deve condurre a ritrovare il senso del limite, della responsabilità e della possibilità per ciascuno di noi di essere, al contempo, realizzati nella vita personale, aperti ad ogni altro DI noi e ri-creatori di realtà.

La sfida è tutt’altro che scontata e più che mai necessaria. Si tratta di guardarci dentro per cogliere, accogliere, comprendere e com-prendere l’oltre, l’innovazione possibile che non può cancellare le profondità di una natura umana perenne ma che, per generare progetto umano, deve discutere e problematizzare i luoghi comuni e le certezze autoreferenziali.

Siamo di fronte ad un problema filosofico di primaria importanza. Come reintegrare continuamente in noi e nella realtà l’integralità dell’ umano che si rinnova ? Il tema che vedo è riconciliare l’umanità con sé stessa. nella tensione per un post-umano che, non governata da visioni di convivenza adeguate ai tempi, rischia di farsi disumano nel consolidamento innaturale dell’individualismo dominante.

 

E’ venuto il tempo di riappropriarci dell’incertezza (di Marco Emanuele)

Nell’epoca della frammentazione del progetto umano e del trionfo dominante della certezza e della crudeltà (che si accanisce contro i più deboli e indifesi) è venuto il tempo di riappropriarci dell’incertezza dei processi storici.

In sostanza, siamo umani in fase degenerativa, in ritorno ad uno stato preistorico, pur se molto sviluppati da un punto di vista tecnologico; ho la sensazione che il tentativo di costruire un “umano post-umano” coinciderà, in termini di civiltà, con la nostra sostanziale regressione. Abbiamo smarrito il senso dell’umano, il talento della comunicazione, della relazione, dell’integrazione. Abbiamo smarrito il senso del dialogo profondo e naturale in noi e nella realtà che è l’espressione della nostra imperfezione in ricerca.

Oltre a questo, che dovrebbe bastare ad allarmarci circa il pericolo che corre l’umanità rispetto alla sua sopravvivenza, non riusciamo più a conoscere il mondo, lasciandoci rincorrere dagli eventi e non maturando visioni strategiche in grado di farci cogliere ed accogliere la sistematicità di ciò che accade intorno a noi e che ci percorre, nella interrelazione dei mondi che cambiano.

Sostenere che la vita possa essere vissuta attraverso l’autoreferenzialità della certezza e considerare il dubbio come un segno di debolezza sono chiari segnali delle nostre difficoltà. Certi e senza dubbi, infatti, ci illudiamo di poter rispondere in modo lineare ai problemi complessi che la vita ci pone di fronte; e facciamo disastri, imponendo a noi stessi e agli altri la guerra (massima applicazione storica del pensiero lineare) come unica modalità di risoluzione delle controversie.

Riappropriarci dell’incertezza dei processi storici significa vincere la precarietà di certezze non problematizzate, che poniamo quasi come “verità rivelate”. Riappropriarci dell’incertezza dei processi storici significa ricercare una dinamica “verità della realtà” che, contemporaneamente, comprende e supera ogni “verità di parte”, compresa la nostra.

La sfida di ritrovare l’incertezza è la sfida di ritrovare la complessità della vita, ritrovandoci in essa. Esistiamo come separati dal nostro complesso destino personale e comune e tendiamo a  modellizzare e a prevedere tutto, essendo in realtà  padroni del nulla; dobbiamo ricominciare a vivere nella consapevolezza che il nostro destino è in ogni istante tempiterno e globale che condividiamo nella bellezza, misteriosa ed imprevedibile, del progetto umano.

 

Degenerazione della politica (di Marco Emanuele)

Ben lo sappiamo, i partiti di un tempo non erano certo immuni dal malaffare. Svolgevano, però, almeno due funzioni fondamentali che oggi sono perdute: la rappresentanza degli interessi e la formazione di classi dirigenti.

Morta la politica novecentesca, cambiato radicalmente il mondo ed emersa prepotentemente la necessità di nuovi paradigmi politici, siamo nel pieno di una trasformazione epocale; la politica non è più ciò che conoscevamo e non è ancora moderna ideologia, limitandosi ad esistere come sommatoria di personalismi e di slogan.

In questo, i problemi della rappresentanza degli interessi particolari nei partiti e nei corpi intermedi si fanno sempre più evidenti; la fluidità della convivenza umana e lo scorrere veloce dei cambiamenti non rendono i problemi fondamentali delle persone altrettanto fluidi ma, semmai, ancora più pesanti, gravi, drammatici e urgenti. Una società senza visione e senza governo politico, come quella italiana di oggi, non vive pienamente le grandi potenzialità della realtà globale ma ne assume soltanto i rischi, scontrandosi con essa.

Altresì, nella degenerazione della politica si pone la grande sfida di ritrovare luoghi nei quali formare classi dirigenti. Si tratta di un tema fondamentale per una democrazia matura. Si tratta di dare corpo, in termini adeguati, ad un sistema complesso che sia fortemente integrato al suo interno e capace di rendere l’Italia un laboratorio di innovazione progettualmente aperto al mondo, in particolare alle aree che costituiscono il suo interesse nazionale come il Mediterraneo.

Un’ultima cosa: negli anni del grande boom italiano, fino all’inizio degli anni ’80 del secolo scorso, dobbiamo ricordare che i partiti e le grandi organizzazioni laiche e religiose erano popolate di  intellettuali, di persone che avevano maturato una visione della società e che possedevano il talento di cogliere e di accogliere i “segni dei tempi”. Oggigiorno il panorama è desolante.

Detto tutto questo, non vale rassegnarsi o scoraggiarsi; è importante che chi avverte la responsabilità di rigenerare la politica in senso complesso, nell’epoca della sua degenerazione, ponga in campo idee per il “laboratorio Italia”.